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Come Granelli

byulisseitalicus©

Come
granelli di sabbia
(Like grains of sand)
...Infiniti sono i granelli di sabbia del deserto,
come infiniti i casi di una vita...



A.O.I.

1

La strada, in discesa, che dal centro della città conduce alla stazione ferroviaria, era stata battezzata Viale Benito Mussolini.

Nel tratto centrale, poche abitazioni, molto modeste.

Solo un edificio si distingueva dagli altri, un po' nascosto tra gli alberi. Quello proprio di fronte all'Intendenza Militare e, quindi, abbastanza sorvegliato dalle sentinelle e dal servizio di sicurezza che doveva proteggere uomini e cose appartenenti all'amministrazione militare.

Una costruzione abbastanza modesta, ad un solo piano, con una specie di colonnato dinanzi, dove ci si poteva riparare dal sole e dalla piaggia.

Qualche alto albero, e, non distante, dietro dei ruderi che non si ricordava più cosa fossero stati in origine, un'altra piccola costruzione che venne destinata al personale di servizio, tutto locale, ben felice di passare da un 'tukul' ad una vera e propria casa.

Era ancora tutto in fase di organizzazione. La città era stata liberata (i locali dicevano, forse giustamente, che era stata 'occupata') da poco più di sei mesi, e in quel momento, alla caotica amministrazione etiope era subentrata una non meno disordinata amministrazione italiana.

Pochissime le famiglie italiane, pochissimi i ragazzi. Tutti, o quasi, figli di militari o funzionari dello stato, incaricati di mettere in piedi la struttura governativa dell'Impero d'Etiopia, affidato a un Vicere che rappresentava Vittorio Emanuele III, Re d'Italia ed Imperatore d'Etiopia.

L'Etiopia era la maggior componente dell'OAI, Africa Orientale Italiana, insieme all'Eritrea e alla Somalia.

In quella casetta abitavano i resti della famiglia Marini, che ospitavano anche un capocantiere di Scheggia, Costantino, e un impiegato degli impianti telegrafici e telefonici. Tanto, di spazio ce n'era parecchio.

Leben era il capo della servitù, e non sapeva mai quanti fossero e chi fossero ai suoi ordini. Di fisso c'era solo la sua famiglia, moglie e figlia.

Erano di origine somala e i tratti somatici erano ben differenti di quelli dei nativi del luogo. Si erano, però, perfettamente integrati, ed erano 'abascià' a tutti gli effetti.

Malgrado la non facilità di comunicare (ognuno imparava qualche parola della lingua dell'altro) avevano perfettamente compreso il dramma dei Marini. La 'padrona' la uizerò italiana, era rimasta nel cimitero di Asmara, sull'amba.

Partecipavano pienamente alla tristezza di coloro che avevano raggiunto Addis Abeba, e si mostravano premurosi, affettuosi. Avrebbero fatto di tutto per alleviare sofferenze e difficoltà del vedovo, degli orfani, di cui la più piccola era in età di asilo.

Sumi era un magnifico esemplare della sua gente. Alta snella, con un volto piacevole e un corpo perfetto che si poteva ammirare quando, deposto il poco che indossava, andava a bagnarsi nel rio che scorreva non distante, nel terreno appartenente alla casa, dove l'acqua era calda, provenendo dalle non distanti sorgenti di Finfinni.

La sua pelle era scura, liscia, lucida, come di raso.

Era la figlia di Leben e di Asha, anche lei molto bella e sempre sorridente.

Il primogenito dei Marini era un giovane abbastanza simpatico, che era difficile dire se fosse introverso od estroverso. Sapeva stare bene in conversazione, si interessava di molte cose, quasi di tutto, ed aveva appreso quanto basta di tigrino, la lingua parlata all'Asmara dove, in precedenza, aveva vissuto qualche anno. Sempre con la famiglia. Non era facile, però, comprendere i sentimenti di Piero, perché era sempre molto controllato. Mai eccessi d'allegria, né evidenza di sconforti.

In ogni caso, Sumi comprendeva bene che quel giovane era maledettamente solo, specie ora che non aveva più la madre.

Come può, una donna, consolare un maschio triste?

Se è un bambino lo prende in grembo, lo culla, lo accarezza, lo rassicura.

Questo, per Sumi, valeva per tutti, indipendentemente dall'età.

Pensò di sciogliere completamente i lunghi capelli, di tingersi con l'henna le unghie delle mani e dei piedi, di profumarsi con le essenze oleose che ricavava lei stessa da alcuni fiori, specie dallo jasmine, passando leggermente una pezzuola intrisa di profumo dietro le orecchie, sulla gola, sotto il seno e le ascelle, sul pube appena ombrato da una corta peluria, nell'inguine, nel solco che dalla schiena giunge alla vulva.

Quando ognuno era andato a dormire, e la casa era buia, e solo il piccolo petromax sotto il colonnato era rimasto acceso, calzò una specie di sandali intergiditali e indossò uno sciamma candido e odoroso del cloro dell'erba sulla quale era stato ad asciugare.

Con passo leggero e guardingo, e movenze feline, come quelle del leopardo, entrò nella casa, aprì, senza far rumore, la porta della camera dove dormiva Piero, lasciò cadere lo sciamma, sfilò i sandali, e senza farlo svegliare , con la levità d'una farfalla, entrò nel suo letto e gli si pose accanto.

Piero dormiva, voltato sul fianco destro, e parte del suo volto era tenuemente rischiarato dalla luce che entrava dalla finestra.

Indossavo solamente i pantaloncini del pigiama.

Sumi si mise dietro di lui accogliendolo sulle sue ginocchia, e premendo il seno sodo e aguzzo sulla schiena i lui. Con la sinistra prese a carezzargli il volto, così lievemente che Piero non se ne accorse, scese sul petto, entrò nei pantaloni. Con la prudenza del serpente, dice la sua gente, avvolse il sesso nella sua mano, e sentì che andava crescendo stimolato dalle piccole strette della sua mano.

Piero fece un lungo sospiro.

Ancora assopito, cercava di comprendere cosa stesse accadendo. Certamente un sogno erotico, perché gli sembrava che qualcuno stesse carezzando il suo fallo ormai completamente e arditamente eretto.

Non si rese conto subito della realtà.

Si mise supino, allungò la mano, scrutò nel buio.

Sumi stava sfilandogli i pantaloni.

Poi, si mise carponi. Allungò una mano, prese il fallo e lo tirò, dolcemente, a lei. Anche Piero era in ginocchio. Sorpreso e anche abbastanza confuso per quanto stava accadendo.

Si, Sumi era nel suo letto, e profumava di buono.

Si offriva a lui, amorevolmente, anche appassionatamente.

Ora, anche lui era sulle ginocchia. Il suo glande era tra le natiche di Sumi che lo stava portando all'orifizio umido della sua vagina. Calda, fremente.

In quel momento non pensò, Piero, alle raccomandazioni ripetute ai giovani: attenzione, le indigene possono avare malattie endemiche, tra le quali la sifilide. Il suo fallo voglioso stava per entrare in una calda vagina. Era entrato. Lei sculettava per dargli piacere, e glielo dava. Quando lui cominciò a stantuffare vigorosamente, mentre le strizzava le tette e titillava il clitoride, anche Sumi cominciò a godere, con sordi mugolii e movenze feline sempre più voluttuose, fino a quando non raggiunsero insieme l'orgasmo, l'estasi, l'imperiosa irruenza del seme che l'invadeva. E lei cadde sul ventre, le gambe distese, stringendo sempre più il fallo che la riempiva.

Era entrata per consolare il suo 'ghietà', il suo signore, e non avrebbe mai immaginato quale e quanta consolazione il suo signore le avrebbe data.

Piero la fece voltare, la baciò con passione, la carezzò, tutta, specie tra le gambe, mentre suggeva golosamente i turgidi e neri capelli.

Gli sembrava carezzare la seta. Erano le sode natiche di Sumi.

E s'addormentò così, col suo sesso tra quelle splendide chiappe.

Poco prima dell'alba Sumi sgusciò dal letto, calzò i sandali, indossò lo sciamma, uscì silenziosamente, com'era entrata.

^^^

Si doveva festeggiare la nascita del Principe di Napoli.

Paola e Piero decisero di andarci per conto proprio, i genitori sarebbero stati accolti sul palco delle autorità. Loro preferivamo essere nel gruppo dei civili, italiani e di tante altre nazionalità, per essere liberi di andarsene quando volevano, perché quelle cerimonie erano sempre molto noiose.

Paola aveva un anno meno di Piero. Per lei era la prima volta che veniva in Africa. Lei e la madre erano arrivate appena da un mese, sempre via Gibuti, logicamente. A Massaua avevano visto la nave sulla quale era rimasta gravemente ferita la mamma di Piero, a causa dell'esplosione avevano ufficialmente dichiarato essere stata causata dallo scoppio d'una caldaia. I bene informati, invece, asserivano essersi trattato d'un sabotaggio realizzato da agenti stranieri per danneggiare uomini e cose, specialmente militari e armi, che la nave trasportava.

La famiglia Rossetti, quella di Paola, aveva espresso tutto il suo cordoglio, ai Marini, e si erano dichiarati a loro disposizione.

Il padre di Paola era il colonnello comandante l'intendenza militare, quella che si trovava di fronte alla casa di Piero.

Erano usciti abbastanza presto e decisero, quindi, di fare un salto a San Giorgio, la cattedrale copta, poi sarebbero andati al Ghebì. Pazienza se avessero fatto tardi. Tanto sarebbero state le solite chiacchiere, i soliti discorsi, il solito mostrare i muscoli ai quali non credeva nessuno. Non solo le demoplutocrazie giudaiche, come il regime fascista definiva USA, Inghilterra e Francia, ma neppure gli 'abascià', specie quelli che mal sopportavano l'italiano invasore.

Il Maresciallo Rodolfo Graziani, il Vicere, era stato preceduto dall'eco delle repressioni che aveva operato in Cirenaica, dov'era Vice Governatore nel 1930.

Un giorno di febbraio 1937.

D'improvviso un fortissimo scoppio, un sobbalzare della parte del palco dov'erano le massime autorità, una gragnola di schegge. Molti feriti, tra i quali il e il generale Lotta, dell'aeronautica, che, purtroppo perse una gamba.

Una gran confusione, con ordini che s'intrecciavano disordinatamente.

Un fuggi fuggi generale, specie degli Etiopi.

I feriti, di corsa, alla Consolata, all'Ospedale.

Sembra che fu lo stesso Graziani, benché ferito, e non lievemente, che abbia dato alcune precise direttive in merito ad una immediata rappresaglia.

Alcuni indigeni, che forse non sapevano nulla dell'attentato, furono rincorsi, picchiati, gettati, vivi o meno, dal Ponte Makonnen.

Chi fosse stato trovato in possesso di armi (non fu specificato di quali armi si dovesse trattare) doveva essere immediatamente fucilato sul luogo. Sembra che anche un semplice coltellino, che quasi tutti gli abissini portavano, sia stato da molti considerato 'arma di guerra'.

Gli 'Zaptié' libici, eredi degli Zaptiyé turchi, i gendarmi, si distinsero per lo zelo. Forse sarebbe più esatto dire per la ferocia. Molti avevano partecipato alle repressioni Graziani, in Libia.

Bisogna ammazzare tutti, gridavano, perché gli uomini sono pronti a combatterci, i vecchi a sobillare i giovani, come le donne che, tra l'altro, farebbero altri figli che sicuramente andrebbero contro gli Italiani.

Quindi mattanza totale e molte esecuzioni precedute da violenti e selvaggi stupri e sodomizzazioni.

Ufficialmente gli arrestati furono 2000.

Dei morti non si seppe mai nulla.

Fu anche organizzato uno spettacolo a monito delle eventuali teste calde: un patibolo con cinque forche, nella piazza del mercato. Dopo un sommario processo, di fronte a una folla allibita, ma soprattutto che poco o nulla capiva di quanto stava accadendo, furono impiccati cinque cosiddetti 'ribelli'.

In ogni caso, la bomba del 19 febbraio segnò l'inizio d'una continua guerriglia, sparsa dovunque, che non cessò mai completamente e che insidiava come uno stillicidio la sicurezza delle forze armate italiane.

Per le poche famiglie italiane, quelle sommosse erano giusta fonte di preoccupazione. Non si sentivano sicure nelle proprie abitazioni.

Il colonnello Rossetti offrì ai Marini ospitalità all'interno dell'area protetta dove era l'intendenza militare.

Costantino e Michele, gli altri abitanti della piccola e rudimentale villetta, erano del parere di accettare.

Leben disse che per loro, per i Marini, non c'era alcun pericolo, perché tutti sapevano di come cordialmente, ed aggiunse anche 'cristianamente', trattavano gli 'abascià'.

I Marini stringevano le mani ai loro domestici, sorridevano loro, li ringraziavano, perfino, e se dovevano dare qualcosa, una sigaretta, un frutto, un capo di vestiario, li porgevano gentilmente, non li buttavano per terra per farli raccogliere dallo sporco negro selvaggio.

Sumi, con gli occhi dolci e sognanti, fece un lungo discorso a Paolo, in amarico, e lui non capì nulla. Lei gli prendeva le mani, se le portava sul suo cuore, le baciava. Gli sembrò di comprendere che lui era salvo perché 'ghieta turuno', signore buono.

Decisero di restare a casa loro.

Di notte, però, a turno, avrebbero sorvegliato dalla veranda, da sotto le colonne, che nessuno oltrepassasse il muretto a secco dove s'apriva un rudimentale cancello di legno.

Il primo turno toccò a Costantino.

Quando vide l'ombra di Sumi entrare furtivamente in casa, si allarmò. La seguì senza fare rumore. Poteva benissimo essere stato affidato alla ragazza il compito di compiere qualche gesto estremo. La ragazza s'infilò nella camera di Piero. Costantino si soffermò per cogliere qualche rumore sospetto. Origliò, per qualche lungo minuto, poi il suo volto si distese, e sorridendo tornò al suo posto di guardia.

Dalla camera di Piero filtravano inequivocabili gemiti.

Ecco perché, rifletté Costantino, la bella negretta era così scontrosa con lui. Quello era il motivo per cui alle sue offerte di denaro purché lo andasse a trovare aveva risposto prontamente: 'nick nick yellem', cioè niente scopare. Era logico che preferisse la protezione del giovane e simpatico padroncino. Beato lui!

La vita della città, sembrò riprendere i ritmi normali. Si vedevano, però, più pattuglie armate, e la notte non era consigliabile andare in giro, specie nei posti meno illuminati. Era sempre più adottato il vecchio sistema di sparare prima e poi intimare 'l'altolà'.

^^^

Le comunicazioni stradali erano abbastanza carenti.

Il porto più facilmente raggiungibile era Gibuti (Djibouti), collegato ad Addis Abeba da una ardita ferrovia di 789 chilometri, costruita dai francesi, che in poco più di ventiquattro ore scendeva dagli oltre duemila metri al mare.

Per Asmara, c'era chi sceglieva il percorso via Dessié, Makallé, Adigrat, e chi, invece, quello che attraversava Debra Marcos, giungeva al Tana e poi, via Gondar giungeva nella capitale dell'Eritrea.

Strade, comunque, dissestate in più punti e non sempre sicure.

Più problematico era raggiungere Mogadiscio via terra. Erano oltre mille chilometri d'avventura.

Per un viaggiatore comune, un civile, andare da Addis Abeba ad Asmara, cioè poco più di 750 chilometri in via d'aria, era impresa problematica.

Nessun servizio automobilistico regolare. Ci si doveva affidare, volendo, a qualche trasportatore di merci e farsi ospitare nella non comoda cabina. Il tempo di percorrenza era molto variabile. Se tutto andava rapidamente bene ci volevano almeno due giorni, col problema delle soste, del vitto, delle necessità fisiologiche...

Meno i militari, ai quali si evitava il transito per Gibuti, erano molti a preferire un lungo e dispendioso periplo: in treno fino a Gibuti, almeno 24 ore, poi in nave da Gibuti a Massaua, altri due giorni, e il littorina da Massaua ai 2000 e più metri di Asmara, 120 chilometri di ansante littorina.

C'era poi, da vedere se a Gibuti era pronto il piroscafo per Massaua.

Altro piccolo particolare, era che a Gibuti le navi attraccavano al largo e che bisognava raggiungerle con scialuppe non sempre del tutto affidabili.

Si stava studiando la soluzione migliore per Piero, che doveva necessariamente recarsi all'Asmara per adempimenti che avrebbe potuto espletare o lui, con delega specifica, o il padre, quando giunse, inaspettata e provvida, la notizia che il colonnello Rossetti era riuscito a farsi autorizzare due passaggi ai andata e ritorno sugli aerei militari sulla tratta Addis Abeba-Asmara e ritorno. In tal modo, la moglie, la madre di Paola, che doveva andare ad Asmara a ragione della prossima apertura del ginnasio-liceo ad Addis Abeba, avrebbe avuto la compagnia di Piero.

Piero spiegò a Sumi che doveva allontanarsi per qualche giorno.

Non era facile farglielo comprendere, anche se il vocabolario italiano della bella ragazza aumentava di giorno in giorno.

Lei lo ascoltava attentamente, con quei suoi grandi occhi di gazzella impaurita, e un'espressione triste sul volto.

Non era molto contenta che 'ghieta Piero' e 'uizerò bianca' andassero soli, lontano, con grande macchina nel cielo, e che passassero insieme anche le notti.

Sumi era gelosa!

Questo Piero non se lo sarebbe aspettato, forse era solo sua immaginazione, presunzione di maschio. Ma Sumi era gelosa, si, e lo confermò quando, battendogli il dito sul petto gli chiese:

"Tu e mamma di Paola nick nick?"

Piero sorrise, ma era contento.

"Yellem, Sumi, yellem."

E la strinse a sé, baciandola.

Sumi ricambiò ardentemente, dimostrando come avesse rapidamente affinata la sua ars amatoria. Era inginocchiata accanto a lui, sul letto dove lui giaceva supino. Gli si mise a cavallo, e lo accolse freneticamente in sé, cavalcandolo voluttuosamente.

Non volendo, però, aveva insinuato un tarlo nella mente di Piero.

Nick nick con mamma di Paola.

In effetti, la signora Roberta era niente male.

Forse non aveva ancora quarant'anni e ne dimostrava molti di meno.

Una donnina snella e ben messa, con una coda di cavallo bionda e, ora che ci pensava, belle tettine prominenti eun sederino di tutto rispetto.

Lui, veramente, aveva rilevato tutto ciò, ma senza darvi un significato erotico, anche perché, se c'era qualcosa da tentare lo avrebbe fatto con la graziosa Paola. Solo che Paola, pur non disdegnando qualche bacetto e qualche carezza, anche ardita, aveva chiaramente fatto comprendere quali fossero i suoi confini invalicabili in materia.

Poco male, del resto, finché durava con Sumi, che era devotamente lieta di soddisfare ogni capriccio del suo signore, anche se molti di essi per lei erano novità sconosciute alle antiche tradizioni della sua gente, andava tutto per il meglio. C'era solo la preoccupazione che la ragazza potesse rimanere incinta. Ma lei gli aveva fatto capire che uno speciale 'tegg' preparato dal suo 'akim', non permetteva di avere 'ligg'.

Quindi, bisognava avere fiducia nella bevanda del suo medico-stregone, e 'ligg', figli, non ne sarebbero venuti.

Il fatto era che lui voleva bene a Sumi, ed era innamorato di lei.

Non poteva farne a meno.

In casa se ne erano certamente accorti tutti, ma tutti facevano finta di non sapere niente.

Anzi, gli adulti lo invidiavano.

I bambini lo ignoravano.

L'arrivederci di Sumi, la notte prima della partenza, fu ardente e prepotente. Certamente aveva deciso di svuotarlo completamente, ripetendo l'espediente di Frau Bismarck che, a chi le domandava se non temesse che 'il tigre' graffiasse troppe dame desiderose di donarsi a lui, rispondeva che, per tutelarsi, lei provvedeva a spuntargli gli artigli molto spesso, specie al mattino.

^^^

L'auto dell'intendenza militari li accompagnò a quello che veniva chiamato il campo d'aviazione.

Sulla pista era pronto un S79, il famoso 'sparviero' dell'epoca.

Imponente: con oltre venti metri d'apertura alare e 16 di lunghezza.

Lo pilotava il Capitano Raffaelli, detto anche lui sparviero, con moltissime ore di volo che attualmente curava il collegamento tra la Capitale dell'Etiopia e quella dell'Eritrea.

Trasporto di persone, in genere militari e funzionari civili, di malati, di materiali.

Ogni tanto era destinato ad arrivare fino in Italia, a tappe: Addis Abeba, Khartoum, Wadi Halfa, Alessandria, Bengasi, Roma. Diciotto ore di volo effettivo, in almeno due giorni, per coprire i 5400 chilometri di distanza. Sempre che qualche tempesta di sabbia non ritardava il tutto.

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