tagRomanzaRegina

Regina

byULISSE©

Il portoncino verde scuro, a due battenti e con battagli d'ottone lucido, era sempre molto pulito, come se fosse stato verniciato da poco.

Aprendo, s'entrava in un piccolo ingresso. A sinistra una porta, robusta e protetta da un rinforzo in grossa lamiera, conduceva nel locale dove lavoravano le due signorine, intorno alla trentina, somigliantissime, e dove si riceveva il pubblico. La scala, di pietra levigata, portava al primo piano, l'unico, sul ballatoio. Qui tre usci, di fronte e ai lati.

Era un unico appartamento, ma facilmente divisibile. Bastava lasciar chiusa una porta, metterci davanti un armadio, o altro, e si avevano tre piccoli alloggi.

Avevo preso in fitto quello di sinistra: un ingresso, abbastanza ampio e luminoso, una vasta camera che poteva definirsi uno studio-letto, il bagno con tutti i servizi e un piccolo "pec", lo scaldabagno elettrico. A fianco, una specie di cucinina, con un fornello elettrico sul piano di marmo.

Mobili chiari, artigianali, comodi, funzionali.

In quella che veniva chiamata la camera da letto, spavaonica, il letto, comodino con lume, comò specchiera, armadio con altro specchio nell'interno, scrivania a cassetti col piano in finta pelle verde, una poltrona, due sedie, un attaccapanni a piantana.

A fianco all'armadio una porta comunicava con l'alloggio di centro, e conduceva in uno spazioso ingresso detto "soba", soggiorno. La chiave l'avevano le padrone di casa, Lenka e Anna, per entrare a rassettare.

Tutto era lindo e lucido.

Si poteva godere una certa riservatezza.

Lenka e Anna erano abbastanza silenziose, al massimo si sentiva della musica: la radio o il grammofono sul quale facevano girare dischi moderni.

Mi avevano chiesto se la musica mi desse fastidio, e risposi loro che, anzi, mi piaceva.

"Allora" -disse Lenka- "entri pure ad ascoltarla, anche quando non ci siamo noi, e se vuole, qualche volta possiamo fare quattro chiacchiere, specie la domenica, perché l'orario degli altri giorni non ci lascia troppo tempo. La sera, però, stiamo sempre in casa. Il coprifuoco, del resto, non ci consente di ritirarci dopo le undici. Beato lei che può girare quando e quanto le piace."

"In affetti" -risposi- "non si sa dove andare, durante il coprifuoco."

"Si, ma si possono fare delle visite e tornare a casa anche molto tardi." Osservò Anna.

Erano gemelle. Per la somiglianza le avrei certamente confuse se Lenka non avesse avuto i capelli lunghissimi, dai riflessi d'oro.

Stessa statura, stesso personale, occhi perfettamente identici, di un azzurro profondo, dove sembrava sperdersi.

Avrebbero festeggiato ventinove anni fra un mese.

"Siamo vecchie zitelle stagionate." -disse Lenka- "Colpa nostra, certo, ma è anche il tipo di lavoro che non consente di avere amicizie, e soprattutto l'amore, che dev'essere coltivato per potersi sviluppare. Altrimenti si tratta di qualcosa d'altro, che ha nulla a che fare col cuore."

Eravamo rimasti in piedi, nel soggiorno.

"Ma venga a prendere una specie di caffè in quello che chiamiamo il salotto."

Andò ad aprire la porta centrale e mi fece entrare in un grazioso e accogliete locale, arredato con gusto e semplicità.

Anna mi fece cenno di sedere sul divano, accanto a lei. Lenka si scusò. Sarebbe tornata dopo poco, col caffè.

"Come si trova in questo piccolo paese?"

"Veramente bene. Le persone che ho conosciuto sono cordialmente cortesi, ospitali."

"E le ragazze?"

"Vede, anch'io ho un lavoro che non mi consente di incontrarne molte. Ma sono molto belle, come lei e sua sorella. Anzi, non dite a nessuno la vostra età. Io vi avrei dato dieci anni di meno."

"Grazie, Tenente, è molto galante. Lei ha un qualcosa che i nostri uomini di qui non hanno. Sono rudi, forse anche noi donne lo siamo, e quasi si vergognano a dirci qualcosa di carino."

"Capita spesso, signorina, che non si sanno apprezzare i doni e le fortune che si hanno. Ma, forse, è più esatto dire che i vostri uomini esprimono il loro apprezzamento, la loro ammirazione, in una maniera molto spontanea, poco elaborata."

"Sarà come dice lei, Tenente, ma non sono mai riuscita a trovare il fascino slavo nei ragazzi di qui."

"Non so negli uomini, ma nelle donne è manifesto e seducente un qualcosa che solo voi avete. E' questo, certo, che attrae, che ammalia. Lei e sua sorella siete vivi, palpitanti e inebrianti modelli."

"Lo sa, Tenente, che da ciò che lei dice, da come lo dice, finalmente comprendo perché ci si lasci ammaliare dall'uomo del Mediterraneo?"

"Ma l'ammaliare è di voi sirene, signorina Anna."

Lenka rientrò portando un vassoio sul quale erano tre tazzine, piattini e cucchiaini, caffettiera, lattiera e zuccheriera di porcellana, oltre un piatto con dei biscotti dorati e profumati. Poggiò tutto sul tavolino centrale.

"Quanto zucchero, Tenente?"

"Niente, grazie."

"Dicono che gustare il caffè amaro sia dei buongustai, vero?"

"In effetti" -risposi- "così, amaro, mi sembra più aromatico."

"Ho sentito" -disse Lenka- "le vostre considerazioni intorno ai modi degli uomini e delle donne. Io penso che ognuno, specie in certi momenti, in certe situazioni, desideri le coccole. Piccole moine affettuose che non devono, però, sconfinare nella sdolcinatura, nel lezioso. E' vero quello che dice Anna, i nostri uomini vogliono le coccole, anche se fanno finta di non gradirle, ma loro non ne fanno per tema di dimostrarsi deboli, effeminati."

"Vede, signorina Lenka..."

"Chiedo troppo se la prego di chiamarci per nome. E' vero che per lei siamo un po'... passate, ma non ci faccia pesare l'età."

"Grazie, Lenka, ne sono veramente lieto. E lascio cadere le altre sue parole perché sono certamente una battuta. Lei e Anna siete i più bei frutti che si possano sognare, le più belle fanciulle che si desideri cullare, carezzare, dolcemente. Coccolare. E' bello mostrarsi deboli così. Noi uomini siamo deboli, lo sapete bene, ma vogliamo mostrare la scorza della durezza che spesso consideriamo manifestazione di virilità. Siamo come i bambini che vogliono apparire ometti."

"Tenente..."

"Piero, per favore."

"Piero, Lenka ed io saremmo felici se questa sera potessimo averla con noi a cena. Sempre che non sconvolgiamo i suoi programmi."

"Accetto con molto piacere, e sono certo che mi sentirò meno solo. Grazie.

Adesso vi lascio alle vostre cose. So che la domenica pomeriggio avete sempre tanto da sbrigare.

Ci vediamo alle?"

"Alle sette e mezzo, alle diciannove e trenta, va bene?

Se viene un po' prima prenderemo l'aperitivo."

"Benissimo, arrivederci."

Mi alzai, tornai nella mia camera, indossai il cinturone, presi la bustina e uscii.

* * *

Dora era nel bar, alla cassa, un po' rossa in viso, febbricitante.

"Mi sono alzata per poterti salutare, ma torno subito a letto. Ho un terribile mal di testa. E' la tipica influenza del cambio di stagione. Vorrei tanto baciarti, ho anche la chiave del numero tre, che è vuota, ma non voglio contagiarti."

"Anche io desidero baciarti, abbracciarti... Andiamo su, prima che qualcuno possa vederci. Io sono resistente a qualsiasi germe o bacillo, o virus che dir si voglia."

Mi sorrise dolcemente.

"No, Piero, so bene che... prenderei freddo, e il male d'un giorno potrebbe durare a lungo e tenerci lontani per più tempo di quanto io possa resistere distante da te. Sono certa che domani sera potremo andare al cine, e tornare qui, insieme. Adesso è meglio che tu vada a spasso, o torni a casa a leggere qualcosa. Ciao, amore."

Uscii controvoglia, andai alla mensa ad avvisare che non sarei andato a cena. Mi feci dare due bottiglie dalla riserva speciale del Generale, detti una mancia generosa al cambusiere, e tornai a casa.

* * *

Alle sette e un quarto bussai alla porta del salotto.

Lenka venne ad aprire.

Indossava un abito azzurro come i suoi occhi. Sembrava che le fosse stato "spruzzato" addosso, tanto aderiva perfettamente alle sue splendide forme, esaltandole. La profonda scollatura, a volte velata dai lunghi capelli d'oro, mostrava che il seno, deliziosamente prepotente e rigoglioso, non necessitava di alcun sostegno. Tacchi più alti di quelli che normalmente portava, esaltavano la linea tornita delle gambe. Le mani piccole e aggraziate, le dita lunghe, affusolate, prive di qualsiasi gioiello. Solo al polso sinistro un braccialetto di perle, che richiamavano quelle degli orecchini.

Mi venne spontaneo di prenderle la mano e baciarla, prima sul dorso, poi nel cavo. Sorrise e abbozzò una lieve carezza.

"Sempre galante, Piero, ed è una dolce insidia seducente."

"Non parliamo di seduzione, Lenka, il suo fascino affascina, incanta.

Mi sono permesso di portare un po' di vino, bianco, frizzante. Spero sia di vostro gradimento. Avrei voluto presentarmi con una scatola di cioccolatini, ma..."

Sorrise maliziosamente, stringendo gli occhi.

"Era difficile spiegarlo a... al bar..."

"Più o meno..."

"Venga, Piero, segga. Anna ci servirà l'aperitivo della casa: bianco sciroppo di mandorle, rosso di ribes, verde di menta, un bicchierino di borovica rakijia, ginepro. Lo abbiamo chiamato sloboda, libertà.

Noi spesso parliamo in croato, ma siamo e ci sentiamo Italiane. Volevo dirglielo fin dal primo momento, ma mi sembrava una dichiarazione non richiesta."

Anna apparve con l'aperitivo.

Un vestito nero, anche questo attillatissimo e con una profonda scollatura esaltata da una spilla: una "A" d'oro bianco tempestata di piccoli brillanti. Al polso un braccialetto d'oro e brillantini, orecchini dello stesso stile. Il casco dei capelli lasciava libero il collo, bello ed elegante.

Si chinò di fronte a me, porgendomi il calice, svelando alla mia estatica ammirazione le coppe rosee del suo seno, impreziosite dai due turgidi rubini che premevano il vestito.

Queste ragazze dovevano aver abolito ogni sorta di biancheria intima, non solo non si scorgevano le spalline del reggiseno, ma neanche i segni che, comunque, avrebbero lasciato gli elastici delle mutandine.

Alzammo i bicchieri e bevemmo in silenzio.

Ero seduto tra Lenka e Anna, sul divano stretto e sentivo il calore dei loro fianchi.

"La vostra vicinanza, il vostro profumo, hanno su di me un effetto inebriante, come se in questo bicchiere aveste versato ambrosia. Il vostro è il profumo delle Dee."

"Allora, devi esprimere un giudizio, novello Paride." -disse Anna- "Quale profumo ti piace di più?"

Alzò la testa e avvicinò a me il suo collo. Dalla scollatura giungeva un effluvio delizioso.

"Non puoi pronunciarti senza sentire il mio."

Aggiunse Lenka, sfiorando il mio volto col suo meraviglioso seno.

"Sono due profumi deliziosi, dolci e aggressivi nel contempo, invitanti, pieni di recondite promesse. Ma soprattutto mi sento avvolto ed estasiato dalla vostra fragranza, quella della vostra pelle vellutata, delle vostre labbra coralline..."

"Hai vinto un premio, Piero. Se per te è un premio. Per me si."

Disse Lenka. E con la bocca mi sfiorò le labbra.

Anna mi gettò le braccia al collo e mi strinse a sé.

Mi presero per mano.

Andiamo a cena.

Nella sala da pranzo, la tavola era preparata con cura e gusto. Due candelieri conferivano un tocco di particolare eleganza.

Vicino alla tavola una ragazza dai capelli quasi platino, vestita di rosso, statuaria. Mi sorrise.

"Questa è Regina" -presentò Lenka- "una giovane amica che è venuta a trovarci e, quando ha saputo che c'eri tu a cena, si è autoinvitata." -Strizzò l'occhio.- "Non siamo riusciti a mandarla via!"

Regina fece un inchino, come una dama del settecento, e mi tese la mano. Prese la mia e mi attirò a sè. Sentii il suo seno florido premere sul mio petto. Mi gettò le braccia al collo e mi baciò sulla bocca. A lungo.

Guardò Anna e Lenka, con aria di sfida.

"Credevate di lasciarmi all'asciutto, eh?"

Anna scosse le spalle.

"Sediamoci" -disse Anna- "Piero e Lenka da quella parte, Regina di fronte a Lenka, perché ha il piedino indiscreto, e io accanto a lei."

Regina fece una smorfia, e mostrò la lingua ad Anna.

Lenka sedette accanto a me. Avvicinò il suo volto al mio, poggiò la sua mano sulla mia gamba.

"Mi auguro che la cena ti piaccia. Non ti dico niente. E' una sorpresa."

* * *

La cena fu ottima.

Eravamo tornati in salotto.

Il vino ci aveva reso allegri.

Regina era sul divano e si stringeva a me, muovendosi continuamente, facendomi sentire la carezza del suo corpo invitante.

"Anna" -disse Regina- "perché non balliamo? Tu hai dei dischi molto belli. Metti uno slow..."

Anna fece finta di non aver udito.

Regina si alzò e andò verso il grammofono.

Anna la guardò con un certo senso di fastidio.

"Kraljica, non è il caso!"

"Come l'hai chiamata?" Chiesi.

"E' il suo nome originale, poi lo ha tradotto in italiano." Rispose Anna.

"Kra" -seguitò Anna- "attenta al coprifuoco. Non è per mandarti via, ma non fare tardi."

"Non preoccuparti, Anna, abito di fronte, basta che me ne vada due minuti prima delle undici."

Regina era invadente, esuberante.

Anna e Lenka mi guardarono alzando le spalle.

Anna sedette accanto a me. Mi sussurrò:

"Scusa, sai, ma non è stato possibile mandarla a casa prima di cena. Ci sta rovinando la serata. Dovremo rifarci presto. Lenka ed io stiamo veramente bene con te."

Mi avvicinai al suo orecchio.

"Si, è un vero peccato. Ma io resto qui e, spero, a lungo."

Mancava qualche minuto alle undici.

Regina salutò tutti, con grandi baci e abbracci, e uscì. La sentimmo scendere le scale, aprire e richiudere il portone.

Comunque la serata stava finendo così.

"Col dolce negli occhi e l'amaro sulle labbra."

Concluse Lenka.

"Domani dobbiamo alzarci presto" -disse Anna- e dobbiamo rassettare tutto adesso.

"Scusaci, Piero. Buona notte."

Un lieve bacio sulla mia guancia.

"A domani, Piero."

"A domani ragazze."

Lenka sfiorò le mie labbra.

Tornai nella mia camera.

* * *

Mi spogliai lentamente, piegai accuratamente i vestiti a mano a mano che li toglievo.

Mi preparai per la notte.

I suoni soffocati che s'erano sentiti provenire dalla sala da pranzo erano cessati. Tutt'intorno era silenzio.

Entrai tra le lenzuola e, alla luce del lume sul comodino, cominciai a scorrere il giornale.

Mi sembrò sentire un lieve rumore, come il grattare di gatto che vuole entrare, nel piccolo ingresso dov'era l'uscio che si apriva sulle scale.

Mi alzai e, scalzo e in punta di piedi, andai ad origliare dietro quella porta.

Qualcuno sfregava le unghie sul legno.

Una voce soffocata mormorò: "Piero, apri, sono Regina."

Girai piano la maniglia, socchiusi appena. Nel buio del pianerottolo intravidi un'ombra. Regina spinse la porta ed entrò. Mise l'indice destro sulle labbra, facendomi segno di non parlare.

Andò nella camera da letto, sedette sulla poltrona vicino alla scrivania. Mi guardò con un sorriso strano, seducente, attraente, ma con una sorta di maliziosa sfida negli occhi.

Parlò sottovoce.

"Ho sentito delle voci per strada, mentre stavo per uscire dal portone, ho avuto paura, potevano essere degli ubriachi. Si sono fermati vicino al portone. Ho atteso che i si allontanassero. Quando sono andati via erano già passate le undici. Ho temuto che la pattuglia mi pescasse e mi portasse al comando."

La guardai senza troppo credere a quello che diceva.

"Non temere, adesso mi vesto e ti accompagno io a casa."

"No, aspetta un momento. A casa avranno già messo la spranga alla porta. Aspetta. Permetti che vada nel bagno?"

"Va pure, è là."

Entrò nel bagno, dondolando la sua grossa borsa rossa come il vestito. Accostò la porta, senza chiuderla del tutto.

Dapprima un certo silenzio, poi lo scrosciare dell'acqua nella vasca, ancora silenzio, quindi un sordo sciacquio.

"Piero, puoi venire qui?"

La voce era sommessa.

"Come, li?" Chiesi.

"Si, qui. Un momento. Parla piano, non voglio che ci sentano."

Mi avvicinai alla porta, occhieggiando dallo spiraglio.

Era beatamente seduta nella vasca. I capelli legati sulla testa, le mani dietro la nuca, il petto proteso in avanti, sodo, turgido, solcato da piccole vene azzurrine.

"Mi lavi la schiena?"

"Ma come? ti sei infilata nella vasca... senza dire nulla..."

"Vieni qui, passami la spugna sulla schiena."

Non sapevo cosa fare, cosa dire.

Aprii la porta, entrai.

Regina era fantasticamente bella, uno spettacolo incantevole.

Mi avvicinai alla vasca, presi la spugna e la passai leggermente sulle spalle.

"Più giù. per favore."

Scesi ai fianchi.

"Si, così. E' bello sentire questa carezza..."

Si mise in ginocchio, poggiò le mani sui bordi della vasca, dietro di sé, porgendo prepotentemente il seno.

"Anche qui, anche qui."

Le sue labbra erano fiammanti, gli occhi socchiusi mandavano bagliori splendenti, le narici vibravano visibilmente.

"Anche qui, Piero."

Ripeté con voce roca, rovesciando la testa.

Lasciai la spugna. Carezzai lievemente la gola, giù, tra le mammelle, ancora, sul ventre palpitante, tra le gambe che imprigionarono le mie dita. Mi prese la testa tra le mani, mi baciò voluttuosamente, sapientemente, cercando la mia lingua e suggendola golosamente.

Era uscita dalla vasca. Avvinghiata a me, bagnandomi completamente il pigiama.

"Andiamo a letto, Piero, adesso."

Dall'attacapanni tolsi il lenzuolino e la avvolsi. La presi tra le braccia e la deposi sul letto.

Ero eccitatissimo.

Regina giaceva supina.

"Piero, voglio far l'amore con te, adesso, ma sta attento, ti prego, sta attento tu che io non riesco a controllarmi."

Andai dov'era la valigia, la aprii, in una tasca laterale v'erano alcuni profilattici.

"Ha Tu, Regina, habemus tutorem."

"Si, questa sera è bene usarlo, altrimenti non so come andrebbe a finire. Baciami, carezzami come avevi cominciato a fare nella vasca."

Mi sdraiai al suo fianco. Le baciai i capezzoli bruni, li lambii con la lingua, scesi sul prato fascinoso del suo pube, più giù. Dischiuse le gambe, mi prese per la nuca, stringendomi a lei, sussultando, palpitando, fremendo, vibrando come la corda dell'arpa al tocco dell'artista. Portò la mano alla bocca, cercando di soffocare il grido che sentivo salirle alle labbra, un gemito voluttuoso che andava crescendo insieme al pulsare sempre più frenetico che sentivo tra le sue gambe.

Poi, un lungo sospiro roco, il lento attenuarsi dei sussulti. Mise le sue piccole dita sulle tempie e mi tirò su di lei.

"Adesso, Piero, adesso..."

Pochissimi attimi, dedicati al... tutore, e fui in lei.

* * *

Regina era piena di temperamento. Esigente, impetuosa, non dava segni di stanchezza, insaziabile, divinamente eccitante, è vero, ma pensai che era anche un po'... assatanata.

Volevo chiederle qualcosa, ma temevo di turbarla.

Le domandai, quasi distrattamente, se fosse fidanzata.

Si voltò verso di me, il seno sul mio petto, una gamba tra le mie, la testa sulla mia spalla.

"Si, è in servizio militare. Non lo vedo da due mesi. Stano è un bravo ragazzo, gli voglio anche bene, ma da lui non ho mai avuto più di un inizio d'antipasto. E' di quelli che... finiscono prima di... cominciare. Per lui baci e carezze sono solo parole del vocabolario..

Mi guardò negli occhi, prese la mia mano, la baciò, mordicchiò i polpastrelli, l'accompagnò lungo il suo ventre, sollevò la gamba che poggiava su me.

"Senti" -sussurrò- "freme ancora. Non immaginava che potesse avere tanto, che potesse godere così..."

Si accostò a me tremante.

"Adesso devo andare, Piero, devo uscire prima che quelle là si alzino. Non so come fare, ma devo tornare da te. Non crederai che lasci la fonte della felicità che mi hai fatto conoscere."

Ancora un lungo bacio. Si alzò, si rivestì in fretta, riprese la sua grossa borsa rossa.

Report Story

byULISSE© 0 comments/ 27983 views/ 1 favorites

Share the love

Report a Bug

Prossimo
2 Pages:12

Forgot your password?

Please wait

Change picture

Your current user avatar, all sizes:

Default size User Picture  Medium size User Picture  Small size User Picture  Tiny size User Picture

You have a new user avatar waiting for moderation.

Select new user avatar:

   Cancel