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Occhio Per Occhio, Dente Per Dente

byULISSE©

occhio per occhio e dente per dente
an eye for an eye and a tooth for a tooth


E' tutto una gran confusione.

A cominciare da me.

Confusione di ruoli, di idee.

Confusione politica e, soprattutto, caos esistenziale.

Ciò che prevale è il disordine, la mescolanza disordinata. Questa è la vera anarchia: nichilismo reale. Un continuo aggiramento di quelli che un tempo erano definiti i "sani principi" che regolano la vita della comunità.

Se tutti coloro che frequentano la Chiesa, e che, in fondo, sono una esile minoranza, dovessero seguire i dettami del cristianesimo, metà del disordine comportamentale sparirebbe.

Ma io sono la meno qualificata a parlare di caos, di disordine.

Sono una vera e propria 'casinara'. Da sempre.

Non agisco d'impulso, anzi, ma deve esserci qualcosa in me che mi spinge a prendere l'iniziativa, a stringere i tempi. E poi, la mia cura quasi ossessiva del particolare; non mi rallenta, tutt'altro, mi fa osservare attentamente situazioni, persone, cose, atteggiamenti, espressioni, mi conduce a una spontanea e immediata analisi e mi suggerisce la sintesi, curando di essere comprensibile al massimo nel riferirla.

Era più che logico che cercassi estrinsecazione e soddisfacimento delle mie caratteristiche, per cui riuscii ad entrare in un noto quotidiano come praticante. Inizi molto duri, ma poi qualche soddisfazione, come 'inviata'.

Fu proprio in occasione del mio primo servizio, diciamo così, autonomo, cioè da sola e non affiancando un collega senior e titolare, che mi rivolsi a Roberto che in materia aveva una certa pratica. Gli chiesi qualche consiglio....

Insomma, dopo qualche mese ci sposammo, io a ventiquattro e lui a trentadue e, in effetti, andavamo abbastanza d'accordo, perfino in materia di lavoro. Solo che, lui andava in un luogo, io in un altro, ci si vedeva non molto spesso. In ogni caso, dieci mesi dopo le nozze nacque Giulia, e per diversi mesi tornai fissa in redazione, dove spesso dovevo 'rifare' articoli sballati e sgrammaticati dei soliti 'raccomandati' politici.

Tutto bene. Ogni volta che potevamo stare insieme era una parentesi di felicità. A me piaceva lui, da morire.

Ed ero sicura che lui trovasse in me qualcosa di speciale che, certo, non trovava nelle squallide parentesi sessuali che sicuramente si concedeva quando era fuori. Anche se lo negava con convinzione. Questo fino a quando non gli venne offerta la titolarità dell'ufficio di corrispondenza di Tokyo.

Partì dicendo che aspettava che lo raggiungessi presto.

Telefonò spesso, dapprincipio, poi le sue notizie mi giunsero da altri. Ed infine anche gli altri tacquero. Lui passò a un diverso editore.

^^^

Giulia diciotto anni, io, Rita, quarantatrè.

Ero Capo Servizio, abbastanza stimata e benvoluta.

Cominciai ad accettare l'invito a cena di Simone, il condirettore, che era sui cinquanta, divorziato da tempo, con un figlio, Giacomo, coetaneo di mia figlia. Decidemmo di 'metterci insieme'. Io ne parlai con Giulia, lui con Giacomo. Fummo tutti d'accordo.

La sua villetta sulla Cassia era appartata e accogliente; vasta, curata.

Giulia ed io ci trasferimmo lì, ma non portammo con noi tutte le nostre cose che lasciammo nell'appartamento di Casal Palocco, proprio dall'altra parte della città.

Simone era piuttosto calmo, metodico, buon organizzatore, e sapeva coordinare tutto abbastanza bene, senza creare, anzi attenuando, le immancabili frizioni che esistono in un giornale. Se c'era una irrequieta, in quella casa, ero io. Non volevo assolutamente rinunciare alle occasioni che si presentavano per fare l'inviata, quello che mi piaceva, specie quando gli eventi erano di particolare interesse.

Simone non era entusiasta di questo mio dinamismo, ma mi contentava bonariamente e non mancava di raccomandarmi cautela.

Ogni tanto, quindi, ero fuori casa, anche in luoghi lontani e qualche volta in situazioni difficili e non scevre di pericoli.

Giacomo era al secondo anno di "Scienze della comunicazione". Voleva seguire le orme professionali paterne, ma il suo carattere e le sue attitudini, a mio giudizio, erano per lavori più orientati verso pagine letterarie che non per la cronaca o per impegnative campagne politiche, economiche, sociali.

Giulia aveva scelto, di contro, 'Scienze politiche' ritenendo che fosse la strada per affrontare con cognizione di causa un impegno politico.

Idee dei giovani. La vita, poi, ti porta in aree del tutto diverse.

Comunque io non imponevo mai il mio punto di vista.

Com'era Simone nell'intimità? Come in tutto il resto del suo comportamento nella vita. Gli piaceva la buona tavola, ma non era un mangione. Aveva i suoi piatti preferiti. Lodava la cuoca.

Amava le 'chiacchierate', non le 'discussioni'.

Aveva le sue idee, dalle quali non demordeva, ma ascoltava quelle degli altri, rispettandole, anche quando le detestava.

Nessuna particolare impazienza erotica. Il sesso, per lui, era una componente della vita, come l'aria, l'acqua, il cibo. Necessario e possibilmente piacevole. Non era particolarmente fantasioso. Nessuna volgarità.

Gradiva qualche mia attenzione, in materia, e se ne sentiva lusingato.

Le sue mani erano deliziosamente capaci di darmi brividi di piacere, così le sue labbra, la lingua. Io facevo del mio meglio per ricambiare, e lui lo apprezzava. Mi penetrava dolcemente, si fermava un momento per godere le contrazioni della mia vagina, e cominciava un deciso e progressivo 'in and out' che mi conduceva ad orgasmi travolgenti e sconvolgenti. Mi piaceva da morire quando sentivo pulsare il suo fallo e poi spargere in me il suo seme caldo e balsamico.

Se la posizione lo consentiva, avvicinava le labbra al mio orecchio, succhiava dolcemente il lobo, e mi sussurrava che ero stata meravigliosa. Ciò mi gratificava, mi eccitava, e a volte riuscivo a trasmette a lui la mia esaltazione per una nuova incantevole fusione dei nostri corpi e dei nostri spiriti. Gli piaceva il mio seno, baciarlo, suggerlo, addormentarsi col capo su di esso. E aveva una particolare preferenza per unire i nostri sessi in quella che credo che sia la naturale e primordiale posizione; ancestrale, istintiva, naturale. "More ferae", dice Ovidio, "come le fiere". Meno elegantemente, ma più efficacemente, è detta "alla pecorina".

Piace anche a me, per la verità, perché Simone non lascia inerti le sue mani, che mi strizzano piacevolmente le tette e titillano voluttuosamente il clitoride, dandomi sensazioni paradisiache, mentre lui accompagna ogni spinta, sempre più energica, con un 'ah...ah...ah' che è il suo grido di possesso, di vittoria, di occupazione, e che termina con un lungo 'aaaaaah' che si fonde col mio soffocato urlo orgasmico.

^^^

'Un giorno a Bu-Melià'.

Questo era il 'servizio' che dovevo fare. Per la prima volta un giornalista avrebbe trascorso un giorno col distaccamento delle nostre forze armate in quello sperduto posto avanzato, a tremila chilometri dal mare, e a trecento dal più vicino aeroporto civile. E sarei stata io, una giornalista, una donna, a raccontare come vivevano, come operavano quegli uomini così distanti da casa loro.

Programma accuratamente preparato, permessi ottenuti, non solo, ma ero stata autorizzata ad essere ospitata sull'elicottero che univa l'aeroporto civile a Bu-Melià. Elicottero militare.

Simone era stato prodigo di consigli e di raccomandazioni, e mi aveva detto di mettermi sempre in contatto con lui attraverso il satellitare.

Cinque ore di volo di linea, da Roma all'aeroporto civile dove, il giorno successivo, avrei fruito dell'elicottero. Due giorni per il 'servizio', il quarto giorno di nuovo elicottero, e quello successivo aereo di linea. Quindi, la sera del quinto giorno, ritorno a casa.

Quasi tutto secondo programma. E quel 'quasi' doveva significare una svolta essenziale nella mia vita, una scelta che non avrei mai immaginato di fare.

Tutto perfetto fino all'arrivo a Bu-Melià, ancora più perfetta, se si può dire,

la collaborazione del personale militare per facilitarmi il compito. Insomma, al mattino del terzo giorno avevo già l'articolo pronto, ma decisi di perfezionarlo al ritorno in sede e non trasmetterlo col satellitare. Parlai con Simone e mi limitai a dirgli che tutto andava bene.

Era la sera del terzo giorno. Cordialità a mensa, e il comandante fece un particolare brindisi in mio onore, e mi disse che, se volevo, l'indomani avrei potuto profittare che lui tornava in sede, per motivi di servizio, e che all'aeroporto civile, dove saremmo atterrati con l'elicottero, c'era un 'Falcon' ad attenderlo. Sarebbe stato lieto di ospitarmi a bordo. Nel pomeriggio saremmo arrivati a Roma. Una raccomandazione: non parlarne con nessuno, tanto meno farlo sapere al giornale, era una missione riservata.

E fu così che il giorno precedente a quello previsto, scesi dal taxi, entrai in casa. Molto silenzio, in giro,

Mi guardai intorno, felice di essere tornata, soddisfatta per quanto avevo potuto realizzare. Mi avviai verso la nostra camera, al piano superiore, ma passando davanti allo studio di Simone fui attratta da qualche rumore che proveniva da quella stanza. Mi avvicinai.

'Ah...ah...ah', il grido soffocato di Simone quando... Ma non ero io con lui. Allora?

Mi chinai al buco della serratura. Lo so, lo so, che non si deve spiare in quel modo; ma andate a farvi benedire, sentivo che il mio compagno stava certamente scopando, ma con chi? Guardai.

Il didietro di Simone che era tutto intento a stantuffare qualcuna che stava appecoronata sulla sua scrivania. Il ritmo andava sempre più intensificandosi, ed ecco il suo 'aaaaaah' finale, dopo di che, ancora qualche sussulto, e poi lui si staccò da quella 'lei', e si accinse ad alzare i pantaloni, ad abbottonarsi.

'Lei' era ancora a pecoroni. Un bellissimo culetto, non c'è che dire, e doveva essere anche abbastanza giovane. Finalmente si alzò anche lei, si voltò!

Era Giulia!!!

Istintivamente, stavo per irrompere nella camera, gridando, chiamandoli con i peggiori epiteti. Avrei schiaffeggiato quella puttanella di mia figlia, avrei sputato in faccia a lui... Fu solo un attimo.

Qualcosa, nella mente, mi disse: 'e poi'?' Già. E dopo?

Con cautela, senza far rumore, riuscii da casa, richiusi piano la porta. Bussai.

Dovetti anche ribussare.

Ecco Simone, con la sua solita aria, come se non fosse accaduto niente.

Si disse felicemente sorpreso del mio anticipato rientro, mi abbracciò, mi baciò, prese la mia sacca, mi accompagnò nella nostra camera cingendomi la vita. Gli chiesi dei ragazzi. Mi rispose:

"Giacomo all'università, Giulia, credo, nella sua camera a studiare."

Avevo bisogno di un bagno. Non della doccia, ma di crogiolarmi nel tepore d'una vasca, e pensare.

Mi asciugai lentamente, mi profumai, mi vestii e lo raggiunsi nel suo studio.

Mi propose di andare a cena fuori e dopo....

Non lo lasciai finire. Andava benissimo per la cena, magari sul lago, non troppo lontano, ma dopo... avevo un forte mal di testa, certamente dovuto allo strapazzo di quei giorni.

Dopo, aggiunsi, avrei cercato di rilassarmi ripercorrendo gli appunti presi o quelli registrati, e sarei andata a letto dopo aver preso un sonnifero.

^^^

Nessuna scenata, decisi, avrei agito diversamente.

Avevo consegnato il servizio relativo a Bu-Melià, e dissi a Simone che desideravo fare qualche acquisto. Uscii dal giornale poco prima dell'ora di pranzo. Andai direttamente dove Giacomo stava a lezione, sapevo che sarebbe uscito di lì a poco, fermai l'auto proprio davanti al cancello. Mi vide subito e mi venne incontro sorridendo, con la sua solita aria pacifica e serena.

"Come mai sei qui?"

"Ho fatto delle spese, ero da queste parti, sapevo che uscivi. Ti ho aspettato. Sei a piedi?"

"Si, sono a piedi."

"Sali, ti offro il pranzo."

Salì sull'auto, indossò la cintura di sicurezza.

"Grazie, Rita, sei veramente molto gentile."

"Non è che guasto i tuoi programmi?"

"Nessun programma."

"Non so, dovevi andare con qualche amica, con la tua ragazza."

"Lo sai che non ho la ragazza."

"Un giovane come te?"

Divenne alquanto rosso, in volto. Si notava che era impacciato.

"Vedi, Rita, mi trovo a disagio a parlarne, anche perché ogni volta che ho tentato con papà lui ha sempre troncato tutto dicendo che sono giovane, devo attendere il mio tempo."

"Tempo di cosa? Ormai sei vicino ai venti. Io credo che –scusa la brutalità- alla tua età la maggioranza dei ragazzi ha già le proprie esperienze."

"Io, invece, non ne ho. Non so da che parte cominciare. Forse mi perdo in chiacchiere. Lo so che mi chiamano 'l'imbranato'."

"Beh, caro Giacomo, io proprio non ti vedo come 'imbranato' con i superbi risultati scolastici che hai. Forse un po' fuori delle modernissime abitudini dei giovani."

Alzò le spalle.

"Forse sarà come dici tu. Ma... dove stiamo andando?"

Gli posai la mano sulla coscia. Affettuosamente...

"Che ne dici a Sabaudia? Si mangia benissimo in quel nuovo elegante albergo."

"OK"

Nel togliere la mano dalla sua coscia, presi la sua e la portai sulla mia.

Lui mi guardò, con un'espressione che non capii, ma rimase così.

"Fammi capire. A te, però, piacciono le donne?"

"Ma è naturale, credo."

"E preferisci le pollastrelle o le 'navigate'?"

"Veramente non ho elementi di paragone."

"Mah, io penso che tu abbia bisogno di tanta dolcezza, di coccole. In fondo sei un bambinone. Un bellissimo bambinone, ma, almeno in materia, ti senti un po' confuso. Vero?"

Annuì, senza rispondere. Misi la mia mano sulla sua, che stava sempre, inerte sulla mia coscia, la strinsi e, quasi distrattamente, la trascinai un po' più in alto e più verso il grembo. Questa volta sentii che la muoveva. Una lieve stretta, poco più d'una carezza.

Eravamo sulla strada Pontina, verso Sabaudia.

Mi veniva da ridere. Vuoi vedere, pensavo, che Giacomo è un verginello?

Guardando la strada, senza volgermi verso lui, cercai di avere una voce tranquilla, come se lo intervistassi.

"Giacomo, scusa. Se vuoi puoi non rispondermi. Ma dimmi, lo hai...mai... fatto?"

Gli occhi gli si riempirono di lucciconi. Anche lui guardava la strada. Aveva le labbra strette. Scosse il capo, in segno di diniego. E sentii che la sua mano si appesantiva. Proprio là dove le cosce si uniscono.

Forse il mio 'piano' stava procedendo nel senso desiderato.

Assunsi un'aria materno-protezionistica-comprensiva.

Allungai la mano, gli feci una carezza sul volto, mi voltai, senza perdere d'occhio la strada, gli sfiorai la guancia con un bacio. Mi guardò con occhi lucidi e riconoscenti. Gli sorrisi.

Eccoci arrivati.

Parcheggiammo, entrammo nell'hotel. Pochissima gente. Non era ancora la stagione dei bagni. Sulla spiaggia dorata, due soli ombrelloni e non più di una decina di persone. Mare abbastanza calmo.

Ci chiesero se desiderassimo una cabina.

Non avevamo i costumi, e poi il clima non era proprio quello adatto.

Chiesi a Giacomo se gradisse stare un po' sulla spiaggia. Guardò l'orologio. In effetti eravamo quasi all'ora solita del pranzo.

Risposi al receptionist che preferivamo prima andare al restaurant. Ci fece accompagnare. Anche qui poche persone. Potemmo scegliere un tavolo discretamente appartato e nel contempo di fronte al mare. Dissi a Giacomo che andavo a darmi una rinfrescata. Anche lui era della stessa idea, per sé.

Le toilettes erano in fondo alla sala, nel piccolo corridoio verso la hall.

"Ti aspetto, Rita."

"Grazie, caro, ma io sarò certamente più lenta. Tu, quando sei pronto, va pure al tavolo."

Entrai nella toilette, mi guardai allo specchio. In fondo, niente male, pensai, un volto abbastanza fresco, un personale non appesantito.

Prima di tornare in sala, mi ravviai i capelli, detti un leggero tocco di rossetto alle labbra, controllai il vestito, i fianchi, slacciai sia un bottone superiore che uno inferiore. Aumentava la scollatura e quando mi sedevo si sarebbe un po' aperto, specie in auto, scoprendo le gambe, anche oltre il ricamo delle 'autoreggenti' che indossavo. Chissà se Giacomo se ne sarebbe accorto.

Quando giunsi al tavolo, si alzò, attese che io sedessi, sedette anche lui.

Il maître ci porse il menu.

"Io suggerirei, Giacomo, due 'bavettine al granchio', pochissime, e, se la hanno, una bella aragosta."

Il maître assicurò che erano speciali, ancora vive, e in attesa di essere bollite e servite. Giacomo si dichiarò d'accordo. Per il vino dissi al maître che mi affidavo al sommelier.

Mi curvai verso Giacomo.

"Speriamo che sia tutto come spero."

Mi accorsi che stava fissando la mia scollatura che lasciava generosamente scorgere la mia 'quarta misura'. Per intenderci, la stessa di Moana Pozzi e della interprete di Bay-Watch. E tutto ancora ben sodo e conservato, e uso solo reggiseno a balconcino. Giacomo sembrava come incantato.

Seguitai a parlargli, sottovoce.

"Non so cosa pensi della scelta che ho fatto..." –mi riferivo al cibo- "...ti piace?"

"E come se mi piace! Splendido!"

"Splendido?"

"Scusa, volevo dire splendida."

Ci guardammo. Mi sembrava un po' rosso in volto. Mi veniva il desiderio di togliermi la scarpa, allungare il piede e accertarmi dell'effetto che avevo fatto sul suo 'coso'.

Già, il suo 'coso' ... ancora... inutilizzato.

Questo non lo avevo previsto, ma la cosa mi eccitava, e sentivo che il tepore che mi invadeva tra le gambe, lo confermava. Tutto fu al di sopra di ogni aspettativa. Anche la macedonia di frutta allo champagne.

Aggiunsi una generosa mancia al conto e detti la carta di credito. Chiesi se fosse possibile stare un po' sulla spiaggia.

"Per me un lettino. Per te, Giacomo?"

"Preferisco una sedia, quelle che si chiamano da 'regista'."

Il maître chinò il capo e rispose che potevamo andare in spiaggia l'assistente di spiaggia sarebbe giunto immediatamente.

E così eravamo al tepore pomeridiano, e per fortuna senza vento.

Il bagnino piantò l'ombrellone, distese il lettino, aprì la sedia, intascò la mancia, ringraziò e se ne andò.

Mi sdraiai sul lettino.

"Forse potrei appisolarmi, Giacomo, ma tu svegliami, per favore."

Mi accomodai, di fianco. Poiché il vestito 'tirava' un po' (non era vero) sbottonai ancora un paio di bottoni. Chiusi gli occhi, detti la sensazione di addormentarmi subito. Giacomo era in poltrona, di quelle fatte con strisce di tela, mi guardava. Mi mossi. Le mani, inavvertitamente, tirarono ancora più su il vestito, semiaperto. Cosce in mostra, e tette che stavano quasi fuoriuscendo dalla scollatura. Socchiusi appena gli occhi per guardare Giacomo. Mi fissava, vedevo e sentivo, che il suo sguardo mi percorreva tutta, frugava, cercava di insinuarsi nella scollatura, lui si chinava per scrutare meglio le gambe.

Feci un lungo respiro, mi misi supina, con le gambe divaricate. Il vestito, ormai, le scopriva del tutto, credo che si vedessero anche le mutandine. Quel giorno erano leggerissime, di pizzo nero come i miei peli, e credo che qualcuno fuoriuscisse perché io sono molto parca nella depilazione. Penso che se ci sono è perché debbano rimanerci. Li considero, anzi, un abbellimento e un'attrattiva. Mi veniva in mente il racconto della mia tata –era bavarese- 'nel folto della foresta nera c'era il tesoro di Gretel'. Di Rita, quindi, come me.

Giacomo si chinò verso me, tese la mano e, delicatamente, prese l'orlo del vestito per tirarlo un po' giù, ma la mano carezzava la mia coscia, si soffermava, poi pensò bene di rialzare il vestito, anche più di prima.

Io avevo in mente che dovevo 'farlo' nello studio di Simone, dove lui aveva incavallato quella porcella di Giulia. Insomma, si è capito che il principio era: "tu ti sei scopata mia figlia, io mi scopo tuo figlio", ma con quel verginello era meglio cominciare l'approccio in un ambiente più consono a una 'prima volta'. Per lui, logicamente. Aprii gli occhi, gli sorrisi, alzai le gambe poggiandole sui talloni. Il vestito era completamente aperto.

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