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L'arco Nelle Nubi

byULISSE©

L'arco

sulle nubi

I Parte 1

"Il sottoscritto, Appuntato dei CC.RR Devoto Amedeo, in servizio presso questa Stazione dei CC.RR, chiede a codesto Superiore Comando l'autorizzazione a sposare, con rito civile e religioso, la Signorina Tropea Concetta, di Giovanni, nata e residente in questo Comune, della quale si allegano i prescritti documenti."

* * *

"Tutto cominciò così" -dice tra sé Don Nicola, l'Arciprete, che conosce Concetta da prima che fosse nata, avendo benedetto le nozze dei genitori, e soprattutto attraverso il confessionale- "la bella ragazza della Calabria s'innamorò dei baffetti del giovane venuto dal nord."

* * *

"Lo so che suda come gli altri, e più degli altri" -rimugina Concetta- "che quando parla quasi non lo capisco. Basta che mi porti lontano da qui, da questa gente, da Tano. Eccitato com'era di niente si accorse. Quando mi staccai improvvisamente da lui, ha creduto che fossi pentita, che fossi stata assalita da un'improvvisa crisi di pudore tardivo. Quel precipitarmi a riassettarlo, asciugarlo, per lui fu un atto d'amore. Mi ringraziò, mi baciò le mani, mi guardò cogli occhi lustri, mi disse che ci saremmo sposati al più presto e che avremmo dati tanti soldati, anzi Carabinieri Reali, a Sua Maestà."

* * *

"Concetta, figlia mia e spina mia. E che spina! Ma il giargianese se la piglia senza fare domande, senza chiedere cosa porta, se terra, case, o altro, e quante lenzuola ha per corredo, come ricamate, e tanti altri... cacchi del genere. Povera figlia mia che va a finire ad uno che non conosce. E tutto per colpa di quel fetente, di quello svergognato che Giovanni lo ucciderebbe con le sue mani se sapesse cosa ha fatto. Ma almeno così se n'andrà lontana. Sono io che la perdo. Ma nessuno le può dire niente. Chissà se sarà felice. Chissà se i biondi sono come i neri e ricci. Speriamo che non ave a capitari nu' marito cornuto."

* * *

"Perdio che temperamento. Ha perduto completamente la testa, non ha potuto resistermi. E questo perché mi aveva assicurato che prima del matrimonio niente, neppure un bacio! Appassionata, sì, ma controllatissima. S'é svincolata di colpo che quasi mi faceva cadere dal fienile. S'é subito preoccupata di me, che mi raccomodassi, ancor prima che mi riprendessi da tutto quel sottosopra improvviso. Devozione totale della donna all'uomo che ama. Io, intanto, mi sistemo. Questi hanno case, campi e bestiame. Io mi congedo e mi metto a fare il genero di Don Giovanni che, in fondo, é un buon uomo anche se é sempre arrabbiato e scontroso. Ma a me mi vuole bene."

* * *

Tano appariva distaccato e indifferente. A chi chiedeva qualcosa rispondeva che non gliene fotteva niente, perché niente c'era stato tra lui e Concetta. E poi, lui era sposato con Marietta, la nipote dell'Arciprete. Stava in una bella casa, accanto alla canonica, sopra la farmacia, curava la proprietà dell'Arcipretura, era conosciuto anche da Sua Eccellenza il Vescovo al quale spesso portava primizie della terra e della stalla. Intanto, però, guardava Concetta, quando passava frettolosa e a testa bassa, e la fissava con insistenza, certo che il suo messaggio le sarebbe arrivato nel sangue: "E' stato bellissimo, Concetta. Sbrigati a sposarti che lo rifacciamo".

* * *

L'autorizzazione giunse prima del previsto.

All'Appuntato Devoto Amedeo, inoltre, erano concessi sette giorni di licenza straordinaria per matrimonio e cinque per raggiungere la nuova sede: Capracotta.

* * *

Era tutto pronto, zita e corredo. Le pubblicazioni erano state fatte. Il necessario per il pranzo non mancava.

Don Nicola diceva che era inutile perdere tempo. Concetta si strofinava ad Amedeo e gli sussurrava i dolci ricordi del fienile. Amedeo andava ripassandosi il discorsetto che intendeva fare al suocero, subito dopo le nozze. Mamma Lucia cercava di non tradire la sua preoccupazione. La coppia, in ogni caso, non doveva trascorrere in paese la prima notte di nozze. Doveva partire subito dopo la cerimonia. Bisognava trovare una credibile ragione per dirlo ad amici e parenti, altrimenti quelli, come d'uso, il mattino successivo si sarebbero recati sotto il balcone degli sposi, per rinnovare gli auguri e per accertarsi che tutto fosse andato bene.

Ecco, avrebbe detto che Amedeo era un po' strano, che voleva rispettare gli usi del suo paese: mentre gli invitati fanno bisboccia gli sposi partono per isolarsi da tutti e da ogni cosa, per restare finalmente soli, per realizzare il loro sogno d'amore così a lungo carezzato.

Il Maresciallo s'era messo in alta uniforme e ai lati della porta centrale della Chiesa c'erano due Carabinieri con lucerna e pennacchio.

La Guardia municipale cercava di allontanare i ragazzotti che urlavano chiedendo dolci e confetti.

Il Sindaco, che prima aveva presieduto la cerimonia civile, stava in prima fila, accanto al medico, al farmacista, al pretore onorario, agli altri maggiorenti locali. C'erano tante camicie bianche e qualche cravatta.

Mamma Lucia aveva le lacrime agli occhi e Giovanni tirava su col naso.

In Chiesa, Don Nicola aveva cominciato da lontano.

Un discorso in cui c'era di tutto. Dal potere temporale dei Papi alla breccia di Porta Pia. Da libera Chiesa in libero stato all'Unità d'Italia. Dalle Valli del Piemonte, più vicino alla Francia che al Meridione d'Italia, ai boschi della Sila e dell'Aspromonte, dove era stato ferito Garibaldi, quello che pretendeva di aver liberato la Calabria dal giogo straniero. Anche i Savoia, del resto, con tutto rispetto, avevano origini d'oltre Alpe. Sua Maestà Umberto I, in ogni caso, era certamente al di fuori dei pasticci che i laicisti andavano combinando ai danni della Chiesa. Ed era anche estraneo alla nuova politica della pubblica istruzione che si permetteva favorire la scuola laica dove -giurava solennemente Don Nicola- non si può imparare che poco e male.

Ma Amedeo sembrava un buon ragazzo -concedeva il sacerdote- e a lui era affidato questo prezioso e profumato fiore della Calabria, perché n'avesse cura, comprendesse e ringraziasse la generosità della divina Provvidenza che gli aveva consentito di percorrere un lungo cammino, attraverso la penisola tutta, per raggiungere questo immenso e delicato premio per tutta la vita.

Come Dio volle, si giunse alla fine del rito e gli sposi uscirono sulla piazza per avviarsi, circondati dalla turba dei ragazzi vocianti e seguiti dal corteo degli invitati e dei curiosi, verso la casa della sposa. Mamma Lucia era preoccupata per il velo che spesso strusciava per terra. Quasi tutte le cravatte erano scomparse nelle capaci tasche delle giacche nere.

Gli sposi, dunque, sarebbero partiti senza partecipare al pranzo, e questo non andava giù a nessuno, soprattutto a coloro che, per antica tradizione, si preparavano a brindare, clamorosamente e ripetutamente, per augurare figli maschi e ricordare agli sposi, senza mezzi termini, cosa avrebbero dovuto fare per averli. Qualcuno, poi, dopo aver generosamente gustato il vino, si sarebbe offerto di correre in soccorso allo sposo, in quella notte, qualora avesse incontrato delle difficoltà...

Concetta e la madre salirono al piano superiore. Giovanni prese Amedeo da parte e gli regalò cento lire. Amedeo doveva andare a cambiarsi, a mettere la divisa di tutti i giorni, ma cercò di profittare di quel momento e di quella generosità per assicurare al suocero, che rispettosamente chiamava Don Giovanni, che a Concetta non sarebbe mancato nulla, né amore né vita decorosa. Del resto, sperava che la lontananza non sarebbe durata a lungo perché lui, Amedeo, avrebbe presto chiesto di prosciogliersi per mettersi a disposizione del suocero.

Giovanni rimase impassibile in volto, come sempre, con lo sguardo quasi alla ricerca di un punto lontano. La voce non tradiva alcuna emozione. Batté la mano sulla spalla d'Amedeo e gli disse che prima di prendere una qualsiasi decisione avrebbero dovuto riparlarne. Non adesso. Quando sarebbe venuto il momento. Non adesso. E a sottolineare che l'argomento doveva considerarsi chiuso, si avviò verso l'Arciprete invitandolo a sedersi a tavola, accanto al Sindaco.

"Si" -disse Don Nicola- "Diavolo e Acquasanta". E raggiunse il posto indicatogli.

Poco dopo comparvero gli sposi, già pronti per partire, accolti da battimani e frasi confuse.

Baciarono e salutarono tutti gli invitati. Non mancò qualche frizzo, e allo sposo tra grandi risate, fu raccomandato di non cercare il fondo... perché quella cosa... non aveva fondo.

La carrozzella attendeva dinanzi alla porta.

Una specie di calesse a tre posti. Sotto il sedile era stata messa una capiente borsa di stoffa. Amedeo aveva preso con sé la borraccia piena d'acqua e anice. La sposa poteva aver sete lungo la strada che li avrebbe condotti al Capoluogo.

Un bacio a mamma Lucia, lo schiocco della frusta, il gaio trotterellare del cavallo.

Il Capoluogo apparve a Concetta e Amedeo come un paese in festa. Strade, negozi e insegne, erano illuminati da una luce elettrica abbastanza fioca, ma ai due sposi sembrò addentrarsi in una luminaria abbagliante.

Anche l'Albergo della Posta aveva la luce elettrica.

Francesco li accompagnò fin dentro l'atrio, portando la borsa e la borraccia. Li salutò con affetto e ripartì, un po' più lentamente di com'era venuto, malgrado fosse scarico, avviandosi al paese. Gli spiaceva allontanarsi da quello spettacolo che gli pareva un sogno.

L'uomo al banco chiese i documenti, e prima di tutto si mise ad esaminare il certificato di matrimonio rilasciato dal Sindaco, su carta intestata con tanto di stemma reale e col motto FERT. Prese la tessera d'Amedeo e, abbozzando un sorriso, disse che si scusava ma doveva controllare tutto, del resto Amedeo lo sapeva bene come andavano le cose. Registrò i nomi e dette la chiave ai due giovani, chiamò il facchino tuttofare per accompagnare i signori al secondo piano, camera 26.

"Il gabinetto" -disse- "é proprio di fronte."

La camera era ampia, il soffitto alto, il letto maestoso, di ferro battuto con quattro pomi d'ottone lucido agli angoli. Di fronte, il comò di mogano col piano di marmo e un'alzata di specchio circondata da una cornice dorata, come quella che ornava l'armadio a tre ante. Da tutte le toppe pendevano chiavi ornate di nappe rosso scuro.

Seguitando a guardarsi intorno, Concetta, sorpresa e felice per quel lusso, vide la toletta con lo specchio diviso in tre parti unite tra loro a cerniera e, dinanzi, una piccola poltrona. In un angolo il portacatino, anch'esso in ferro battuto, con una grossa catinella di maiolica e la brocca, piena, sull'apposito ripiano. A fianco due candidi asciugamani. Più in basso, uno strano recipiente in ferro smaltato, che sembrava un "8", posato su di un apposito sostenitore in ferro, un boccale di terracotta, meno capiente dell'altro, e un piccolo asciugamano sullo sgabello. Ancora oltre, un grosso secchio di zinco, col coperchio, dove gettare l'acqua usata.

Ai lati del letto, i comodini, mogano e piano di marmo, con un piccolo cassetto e uno sportello che, aprendolo, mostrava un candido vaso da notte. Concetta arrossì e guardò Amedeo.

"Serve, serve", disse il giovane, e richiuse lo sportello.

Concetta annuì, ma a cosa fosse destinata quella piccola catinella a forma di "8" ancora non l'aveva capito.

Amedeo sorrise compiaciuto, e credette di fare il massimo dei complimenti quando disse che tutto era così bello e pulito che gli sembrava di stare a Torino.

Uscirono nel corridoio. Sulla porta del gabinetto, di fronte, una targa di ferro smaltato, "WC". Dentro troneggiava una specie di grosso vaso, coperto da una tavoletta di legno verniciato, incernierata sul recipiente stesso. In alto, da un contenitore in ghisa, collegato con un tubo al sottostante vaso, pendeva una strana manopola di porcellana bianca. Le pareti erano di mattonelle di ceramica bianca, nell'angolo di una di esse era scritto, in blu cobalto, 'Richard-Ginori'. Chissà chi era, pensò Amedeo. Nella parte interna della porta un avviso: 'dopo l'uso, tirare la catena'.

Ricordarono di essere quasi digiuni. Avevano fatto solo un rapido spuntino prima di partire, ma non avevano fame.

Tornati in camera, Amedeo tolse giubba e gambali. Si volse a Concetta, cercando di sorridere, e le disse di mettersi in libertà. Concetta prese la brocca grande e un asciugamano e, così carica, fece per uscire dalla camera.

"Vado al gabinetto" -disse- "per... rinfrescarmi".

Amedeo le andò incontro, sempre sorridendo, e le tolse tutto dalle mani.

"Non ti servono. Quando tornerai in camera ti dirò cosa fare".

Concetta corrugò la fronte e lo guardò sorpresa, voleva chiedergli qualcosa ma, da docile sposina come si riprometteva d'essere, non disse nulla. Uscì dalla camera.

Amedeo ne profittò per svestirsi completamente. Così, nudo, aprì la borsa, che era stata posta sullo sgabello vicino al portacatino, ne trasse una lunga camicia da notte, ancora ben stirata, che aveva intorno alle asole una bordura rossa fatta di tanti nodi Savoia. Indossò la camicia e sedette sulla poltrona di velluto, di fronte al letto, a fianco al comò.

Concetta si fece attendere un po'. Quando rientrò era rossa in volto e sul braccio recava un fagotto d'indumenti. Si capiva bene che sotto il vestito era completamente nuda. Vedendo il marito scosse il capo.

"Avrei dovuto portare la camicia da notte."

"Così saresti stata nel corridoio in camicia da notte." -rispose Amedeo- "Prendila dalla borsa e stendila sul letto".

Concetta fece quello che le aveva detto il marito.

La camicia era lieve come una piuma, candida, impreziosita da splendidi ricami fatte da esili dita di suore in clausura. Lunga, ampia, poggiava sulla coperte in pieghe morbide ed eleganti.

Concetta, sempre col vestito, si girò verso il marito, le braccia incrociate sul seno, e chiese: "Cosa mi dovevi dire? mi hai tolto acqua e l'asciugamano..."

Amedeo le indicò il recipiente basso, accanto al portacatino.

"Quello serve per lavarsi come tu desideri. Prendi l'acqua dalla brocca piccola e la versi la dentro e..." -sostò alquanto, impacciato, poi seguitò, sottovoce- "...ti ci siedi a cavallo e... fai quello che vuoi".

Tirò un sospiro di sollievo.

Concetta versò l'acqua della brocca nel recipiente e rimase incerta sul come fare il resto. Il vestito non le consentiva libertà di movimenti. Avrebbe dovuto alzarlo, arrotolarlo fino alla cintola, e rimanere in quella strana posizione al cospetto d'Amedeo.

"Togliti il vestito".

"Ma così rimango nuda".

"E di cosa hai paura? Non sono tuo marito?"

"Si... ma..."

"E allora?"

"No, Amedeo, se tu mi guardi non riesco a fare niente. Mi vergogno..."

"Concetta, da adesso e per sempre tra noi non c'é nulla di che vergognarsi. E poi, vergognarti tu, così bella, e per una cosa del tutto naturale. Ad ogni modo, non preoccuparti, mi volto dall'altra parte".

Si alzò, voltò la poltrona, tornò a sedersi.

Si udì il leggero fruscio dell'abito che cadeva in terra, e nello specchio del comò esplose la giovanile freschezza dello splendido e agile corpo di Concetta. La perfezione delle spalle, i fianchi leggermente arrotondati dall'essere seduta in quel modo. I suoi gesti erano lenti, quasi che ognuno di essi fosse a lungo meditato, soppesato. Gesti come timide carezze. Accostumati e composti, accompagnati da un lieve sciacquio. Quando si alzò, con gli occhi bassi, non si accorse della sua immagine accolta dallo specchio. Era ancora più bella. Il seno sodo, la pelle rosea che s'andava lievemente ombrando scendendo verso il pube, le gambe tornite alla perfezione. Si chinò verso la camicia da notte e la indossò, lentamente, come compiendo un rito sacrale.

"Ora puoi voltarti".

Com'era diverso dal fugace, confuso, scomposto, deludente incontro con Amedeo, nel fienile. E ancor più da quello con Tano. Ora, nel ricordo, le sembrava una sorsata d'acqua salmastra e maleolente che, lungi dall'averla dissetata, nei sensi e nei sentimenti, l'aveva soffocata, nauseata.

Amedeo le andò incontro, le prese una mano e la sollevò per ammirarla meglio, poi, con passione ma senza violenza, la strinse tra le braccia e la baciò, a lungo, sentendo che lei aderiva sempre più a lui, abbandonandoglisi con non celato desiderio. Così allacciati andarono verso il letto, vi si gettarono sopra senza staccare le labbra che trasmettevano frementi messaggi d'amore. Ansiosi, ma non precipitosi, con le mani che frugavano sotto le camicie, ognuno cercando di toglierla all'altro.

"Spegni la luce" -sussurrò Concetta-.

"Solo la grande, voglio vederti, sei bellissima".

E tese la mano verso la peretta che pendeva dalla spalliera del letto.

Le camicie giacquero sul pavimento. I baci divennero sempre più insistenti, incalzanti, alla ricerca di qualcosa, senza saper bene cosa, per trarre piacere dal piacere che davano. Amedeo lasciò scivolare le sue labbra lentamente verso il basso, lambendole lievemente la pelle, soffermandosi di quando in quando ad attenderne il fremito, il sussultare. Sentiva di sprofondare in qualcosa di misterioso e di delizioso, qualcosa che non aveva mai immaginato di poter provare.

Concetta gli prese la testa tra le mani, attirandola verso il suo volto mentre con piccoli, spontanei movimenti, lo invitava su di lei, con un tacito richiamo voluttuoso e insistente. Ora le era sopra, il petto sul suo seno, le labbra cercarono le labbra, le gambe andarono lentamente dischiudendosi, il bacino inarcandosi. E lo accolse con ardore, con passione, con desiderio. Una felicità immensa ma troppo breve, per lei, e volle provarla ancora ed ancora, fino a quando Amedeo non giacque esausto.

Concetta ansava dolcemente, col volto rigato dalle lacrime della gioia, sorridendo, scuotendo lentamente la testa per la meravigliosa sorpresa della splendida scoperta dell'amore, e giurò a sé stessa che quello era e sarebbe rimasto il solo uomo della sua vita.

II

Capracotta era un mucchietto di case aggrappate alla Chiesa posta sulla cima del monte. Perché vi fosse una Stazione dei Carabinieri non lo sapeva nessuno, forse neanche il Comando Generale dell'Arma. Chissà chi aveva avuto un'idea del genere. Qualcuno asseriva che era stato lo stesso Francesco Crispi, ma non sapeva fornire una comprensibile ragione.

Da una parte Monte Capraro, dall'altra Monte Campo. L'argomento, sempre all'ordine del giorno, che divideva la gente del luogo erano '5 metri'! Non era pacifico, infatti, se il cocuzzolo sul quale sorgeva la Parrocchia fosse a 1416 o a 1421 metri sul livello del mare. Incontestabile, invece, era che la neve, in alcuni punti, aveva superato anche i cinque metri d'altezza.

Qui vissero le genti del Sannio Pentro, e nella zona, nel 1848, é stata rinvenuta una lamina bronzea con iscrizione osca, detta bronzo agnonese, conservata al British Museum di Londra. Ancor oggi, ogni tanto, si scava presso la Fonte del Romito, sperando di trovare qualche altro reperto archeologico.

Non era agevole raggiungere Capracotta.

Fino a Napoli non ci furono ostacoli. Andarono a pernottare presso un'affittacamere che un collega aveva segnalato ad Amedeo. Un ambiente sgradevole, nulla a vedere con l'eleganza dell'Albergo dove avevano trascorso la loro prima notte di nozze. Pareti scrostate, mobili vecchi, un letto che non invitava per pulizia; il gabinetto, in fondo al corridoio, era un bidone malcoperto da una vecchia tavola di legno grezzo, dove svuotare gli "zì peppe" che stavano nelle camere.

A Concetta si riempirono gli occhi di lacrime. Si guardò intorno spaurita, sollevò la veste per tema che toccasse il pavimento, orfano di lavaggi da tempo immemorabile. Guardò Amedeo.

"Almeno avessimo le nostre lenzuola" -disse- "ma le casse chissà dove saranno, adesso".

Erano due casse di legno, fasciate con strisce di fil di ferro.

Dalla borsa presero un fagotto avvolto in un vecchio giornale. Spiegarono la carta sul tavolino traballante, aprirono il ruvido panno bianco che avvolgeva il cibo, e mangiarono qualcosa di quello che avevano con loro: un po' di pane scuro, del salame rosso e piccante. A Concetta sembrò tornare per un momento nella casa in cui era nata e vissuta fino a qualche giorno addietro. Per fortuna, Amedeo aveva con sé l'inseparabile borraccia, e questa volta l'aveva riempita con un gradevole vinello. Bevvero lunghi e lenti sorsi ristoratori. Poi, la stanchezza e il vinello ebbero il sopravvento e decisero di sdraiarsi sul letto, senza svestirsi, però, senza neppure spegnere la fioca luce proveniente dalla lampadina sporca che pendeva dal soffitto macchiato.

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